Filosofia,  Politica,  Storia

La democrazia non esiste? Piergiorgio Odifreddi, Amartya Sen, Vilfredo Pareto e altri…

Brogliaccio del video: youtu.be/bpLtlS_dhBg

La democrazia esiste… Sì, esiste, ma è comunque un duro momento, per essere un democratico o una democrazia.

Quella democrazia, che fino a qualche anno fa sembrava un’onda inarrestabile, di fronte al crollo dell’unica alternativa sistematica, il socialismo realizzato, oggi sembra aver arrestato e addirittura invertito il proprio costante moto di crescita e si trova in un visibile regresso, con forze illiberali che si insinuano nelle democrazie di più lunga storia, minandone alla base non tanto le istituzioni formali, anche, certo, ma soprattutto l’intima sostanza: libertà di espressione e conquista di sempre nuovi diritti.

Da un punto di vista meramente osservazionale le cose sembrano andare proprio in questa direzione: ormai quasi un paio di anni fa, feci un video sul democracy index, rapporto curato dall’Economist sullo stato della democrazia nel mondo. Dovrò fare al più presto un aggiornamento di quel contenuto: sono sicuro che le cose si siano fatte ancora più interessanti, da allora.

In questo scenario di indebolimento della democrazia a livello mondiale, nell’occidente democratico si sta affermando una vasta falange di detrattori di questo stesso “sistema occidentale”, che qualcuno chiama liberale, qualcuno democratico, ma che è in definitiva liberal-democratico: una inscindibile unione tra libertà di dire e di fare, diritti evoluti e generalizzati e, solo infine, rappresentanza. Ma chiamiamola comunque democrazia, per far prima.

Quindi, ci sono varie e numerosissime sottospecie di antidemocratici, molte se non tutte strisciate fuori dal fango e dall’ombra, pascendosi delle tante delusioni patite dai popoli occidentali negli ultimi anni.

Era perfino stato previsto, per quanto questo possa valere.

Hobsbawm, per citare uno dei migliori tra noi, aveva avvertito che l’epoca d’oro del capitalismo era ormai finita e che i frutti avvelenati della democrazia stessa e delle sue inseparabili libertà, prima di tutto quella di parola, sarebbero maturati in una miriade di movimenti devoti a minare quello stesso habitat liberale che ne ha consentito la crescita.

Tra gli altri ci sono gli stessi di sempre: movimenti che antidemocratici e illiberali lo sono geneticamente, come quelli oggi al governo in Italia, in Francia e in Ungheria e sempre più forti in Europa, di radice fascisteggiante ma non sempre schiettamente fascista, illiberali e desiderosi di controllare i diritti individuali delle persone, tutti indistintamente profondamente razzisti, che il nemico sia islamico, slavo, ebreo o marziano.

Ci sono molte altre sfumature. In Italia ne abbiamo anche qualcuna di quasi originale, cresciuta nell’ambiente post e anti illuminista dell’accademia italiana.

Tra questi i più domestici sono gli antiamericani viscerali, che si strapperebbero le palle degli occhi pur di far dispetto al pernicioso e ingombrante yankee doodle e li voglio chiamare, forse capirete a breve perché, gli “antioccidentali”. Buffo che essere “anti” passi oggi per un posizionamento intellettualmente tanto sexy e alla moda. Mah!

Di questa categoria degli antioccidentali fa parte l’autore del libro da cui voglio partire in questa mia elucubrazione: “La democrazia non esiste” (senza punto interrogativo) di Piergiorgio Odifreddi.

Ho tanta simpatia per il professor Odifreddi, come ho tantissime riserve sul suo libro. Delle mie critiche specifiche cercherò di parlare in fondo a questo ragionamento, se non mi sarò troppo dilungato.

Per il momento questo libro, che si sottotitola “Critica matematica della ragione politica”, mi serve come linea guida per esplorare i contributi che sul concetto di democrazia hanno portato i grandi intellettuali che Odifreddi cita e usa per argomentare in questo testo.

Al di là delle argomentazioni del libro, la sua parte più succosa e interessante è verso la fine, dove in qualche modo entrano nella discussione (o meglio “invettiva”), le riflessioni e persino le testimonianze di alcuni illustri personaggi: il filosofo ed economista Amartya Sen e Kenneth Arrow, economista. Due premi nobel. Alle spalle di questi, piuttosto svettante ma non intervistabile per motivi “anagrafici”, il pensatore, economista, ingegnere e caustica penna italica, Vilfredo Pareto che curiosamente, o magari anche non tanto curiosamente, come vedremo, compare il minimo indispensabile, nel libro.

Ah, e poi sullo sfondo c’è pure un altro matematico: il Marchese di Condorcet.

Ecco. I pezzi sono sulla scacchiera.

Si tratta di pensatori pochissimo conosciuti dal pubblico italiano e questo è davvero triste, data la loro importanza in moltissimi settori diversi. Ve li presento in gruppo perché sono fortemente collegati tra loro per le diverse riflessioni sul tema “democrazia”, ognuno dalla sua peculiare prospettiva e in ragione del suo tempo.

Sono assolutamente consapevole di non poter nemmeno scalfire la superficie di anche uno solo di questi pensatori, figuriamoci mettendoli tutti insieme. E sono anche consapevole che dedicare un unico contenuto a tutti questi autori sia una capriola pericolosa. Trovo però necessaria una risposta quanto più intelligente mi riesca dare al professor Odifreddi e al suo tossico libro. Ma ci torneremo.

Diciamo che, come sempre, per non perdermi in un meandro di elucubrazioni, mi farò guidare dai loro libri, oltre che da quello di Odifreddi, e come sempre, riflettendo su di essi ad alta voce ve ne parlerò.

In definitiva questo video funge nelle intenzioni un po’ da introduzione a un percorso di letture condivise con voi sull’argomento “la democrazia e le sue molte crisi” e spero di avere poi la forza e la costanza di raccontarvi in seguito e in modo più dettagliato le opere di questi pensatori che, per me sono state tra le più importanti su questo argomento, nel mio percorso intellettuale onnivoro.

Partiamo da Pareto. Come dicevo prima eclettico all’inverosimile, mi verrebbe da dire vero polimata alla Tagore, per quanto distanti siano le due figure.

Non deve sorprendere che spunti fuori pure Tagore, in questi miei pensieri ma davvero qui rischio di perdervi in un meandro. Forse a nessuno sano di mente verrebbe “in mente” di fare un collegamento tra Pareto e Tagore, benché siano vissuti nella stessa epoca, ma a un pianeta di distanza.

Sta di fatto che in un altro degli autori di cui voglio parlare, Amartya Sen, c’è un interessante intreccio di influenze tra i due: mentre Tagore ha influenzato direttamente la formazione umanistica di Sen, tanto che fu addirittura lui a battezzarlo “amartya” (l’immortale), Pareto gli ha fornito strumenti analitici importanti per le sue riflessioni economiche e politiche.

Sen rappresenta quindi un punto di convergenza tra le visioni umanistiche e scientifiche di questi due grandi e diversissimi personaggi. Ma divago.

Tornando a Pareto, i cui contributi spuntano fuori ovunque, nei testi tecnici che spaziano dall’economia alla scienza militare, dalla sociologia alla pedagogia sperimentale alla teoria dei giochi, dovrebbe essere, per il suo essere italiano, una figura per cui nel nostro paese si celebrano ricorrenze e si commemorano i conseguimenti.

Ma non è così. E come mai?

Innanzitutto va considerato il legame di Pareto con il fascismo: sebbene complesso e non lineare, ha contribuito certamente a una certa reticenza nel celebrare apertamente la sua figura. In più e particolarmente nell’opera che ho adesso in mente “Trasformazione della democrazia”, le sue idee,  percepite come elitiste – e non a caso, dato che P. è parte fondamentale dei cosiddetti elitisti – e certamente antidemocratiche e antisocialiste, lo rendono poco digeribile, anche a tanto tempo di distanza, agli ambienti accademici italiani così fortemente e rigidamente ideologizzati .

È certo che, mentre Mussolini gli faceva una trepida corte, per tirarlo dentro e conquistare così una qualche investitura culturale, tramite la potenza di questo grande intellettuale, lui tentennava. La morte evitò a Pareto di cadere nelle braccia del regime, e il Buce si dovette invece accontentare del povero Gentile.

Il risultato è che Pareto è celebrato e studiato all’estero dove alle sue opere economiche e sociologiche è riconosciuto un notevole impatto sulle teorie contemporanee. Molto meno in Italia.

Insomma, mr. Vilfredo sarebbe stato d’accordo sui generici presupposti ideologici dell’opera di Odifreddi, ma non credo che ne avrebbe condiviso il metodo e lo sviluppo.

La “Trasformazione della democrazia”, non una delle opere fondamentali di Pareto, è una raccolta di 4 articoli pubblicati nel 1920 e un’appendice scritta nello stesso anno. Dunque ci troviamo tra la fondazione dei fasci da combattimento e la marcia su Roma. Siamo nel pieno degli scontri tra neri e rossi e il governo liberale appare inerme e incapace di governare. 

Pareto attacca la “democrazia” giolittiana, sostanzialmente per la sua debolezza e per l’essere una maschera della plutocrazia, parla di “una borghesia imbelle, imbecille; degenere al pari di tutte le «élites» in decadenza”. Ci sono molte cose davvero gustose, nel libro, come il parallelismo apparentemente perfetto tra i sindacalisti di inizio ‘900 e gli immunisti medioevali. Il paragone è ovviamente funzionale a creare un parallelo parallelismo tra la disgregazione del regime centralistico carolingio e la decadenza dello stato borghese, investito dal dilagare dei comportamenti delittuosi dei rossi, che occupano le fabbriche e uccidono poveri sbirri impunemente.

E si invoca il bastone, evidentemente rivestito di nero.

Ma afferma anche che “i governi volgenti all’assolutismo si indeboliscono; ed agli uomini politici è ben nota l’utilità di una opposizione, per dare forza al governo.”

Un libro controverso, su cui magari tornerò in altri video. Tornerò sicuramente su più importanti opere di Pareto.

Ma andiamo avanti per non perderci.

È a partire da alcuni concetti paretiani quali in particolare l’efficienza paretiana che Arrow e Sen hanno sviluppato la loro riflessione in lavori che hanno fruttato ad entrambi, tra gli altri, il Nobel per l’economia.

Nella parte conclusiva del suo libro, l’unica un po’ intellettualmente polposa, Odifreddi cita alcune testimonianze dirette di personalità assai note raccolte da lui stesso. Sorvolerò sulle opinioni dei due più faustiani politici italiani di tutti i tempi, Andreotti e Cossiga, e mi concentrerò invece sulle vive parole, da lui riferite, sia di Arrow sia di Sen.

D’altra parte non è da poco che Odifreddi è sulla scena.

Il fatto è, che le parole dei due grandi economisti che il professore riporta, ne ho avuto proprio la netta sensazione, soprattutto nel caso di Sen, sembrano in entrambi i casi cortesemente ma nettamente in disaccordo sulle premesse delle domande che lui gli pone.

Ma allora perché li cita? Il motivo non è semplicissimo da riferire, ma cercherò di riassumerlo e approfitterò di questo gancio per parlarvi di qualche libro davvero interessante.

Dunque.

Tutto inizia con un altro matematico il Marchese di Condorcet e quello che è stato poi chiamato “Paradosso di Condorcet” o paradosso del voto, che deriva dal suo lavoro del 1785 “Saggio sull’applicazione dell’analisi alla probabilità delle decisioni prese a maggioranza”. Purtroppo, tanto per cambiare questa opera non mi pare sia in catalogo, in italiano. Dovrò presto fare un video dedicato all’editoria italiana. Ma questa è un’altra storia.

Comunque, l’enunciato del paradosso, in estrema sintesi, afferma che, in una votazione a maggioranza con tre o più opzioni, le preferenze collettive possono diventare cicliche (non transitive), anche se le preferenze individuali sono transitive.

Che vuol di’? Significa che, per alcune configurazioni di preferenze individuali, si origina un ciclo senza una chiara opzione vincente.

O, in parole povere, il paradosso pone difficoltà di principio nella progettazione dei sistemi elettorali e sulla teoria della democrazia.

Ora, Condorcet era un convintissimo democratico e propose vari metodi per ovviare al paradosso che porta il suo nome e migliorare così la capacità dei processi elettorali di risolvere i rischi di stallo, sacrificando parte della rappresentatività e dell’equità delle votazioni.

La cosa è più complicata di così ma passiamo oltre, per il momento. Solo per il momento; già, proprio così: mi pare proprio che questo video si farà lungo lungo.

Allora, per un po’ trattenete il fiato.

Cercherò di affrontare concetti su cui sono stati scritti volumi su volumi in poche frasi per arrivare al punto. Chiedo scusa.

Pronti? Trattenete!

Ecco, quindi. Il passo successivo, è la riflessione sul principio di unanimità di Pareto, detto anche criterio di Pareto o ottimo paretiano. In estremissima sintesi questo principio o criterio o ottimo sostiene che una situazione è ottimale quando nessun cambiamento può aumentare il benessere di una persona senza diminuire quello di un’altra.

Sembra semplice, no? E invece no!

Dopo arriva Arrow, che enuncia il “teorema dell’impossibilità di Arrow” che sostiene non esistere – non esistere in linea di principio – un sistema di votazione che possa trasformare le preferenze individuali in una classifica collettiva che soddisfi contemporaneamente i seguenti cinque criteri: universalità, non dittatorialità, efficienza Paretiana (quella che dicevo prima), indipendenza delle alternative e coerenza o transitività.

Non è chiaro? Lo so benissimo. Stoppate il video, riprendete fiato e andate a leggervi la pagina wikipedia che ne parla (link in descrizione).

Infine arriva Sen, che enuncia un altro “teorema” il “Teorema dell’impossibilità liberale di Sen”.

Sen dimostra che è impossibile creare un sistema di scelta sociale che soddisfi contemporaneamente i seguenti tre criteri: Principio di Pareto, libertà individuale e coerenza (o transitività).

Ricapitolando, il teorema di Sen collega il principio di unanimità di Pareto e il teorema di Arrow evidenziando un ulteriore paradosso nella scelta sociale. Mentre il principio di Pareto e il teorema di Arrow mostrano i limiti dell’efficienza e della coerenza nelle preferenze collettive, il teorema di Sen aggiunge la dimensione della libertà individuale, mostrando che non è possibile conciliare completamente efficienza, equità e libertà individuale in un sistema di scelta sociale.

Ovvia, ora respirate.

Avevo bisogno di questi mattoncini per portare avanti la mia argomentazione e so quanto è censurabile la disinvolta sintesi che vi ho portato. Non mi frega.

A prima vista sembra quindi che Sen spalleggi il punto di vista degli antidemocratici di tutte le risme, anche quello di Odifreddi.

Ma vedete Amartya Sen, al contrario, è un uomo profondamente legato all’idea di democrazia e di libertà.

Nei suoi lavori sostiene e motiva come la libertà porti lo sviluppo, e non ci sia benessere e giustizia senza democrazia.

Per esempio, in “Lo sviluppo è libertà. Perché non c’è crescita senza democrazia”, propone una visione del mondo in cui lo sviluppo è strettamente legato all’espansione delle libertà umane.

Sottolinea l’importanza della democrazia, della giustizia sociale e dell’equità come pilastri fondamentali di uno sviluppo che sia veramente umano e sostenibile.

Oppure in “Etica ed economia”, Sen incita a una riflessione sulla necessità di reintegrare le considerazioni etiche nell’analisi economica. Sen argomenta che l’economia deve essere vista come una disciplina che non solo si occupa dell’efficienza (non solo paretiana) e della crescita, ma anche del benessere umano, della giustizia e dell’equità.

In questo si vede il limite di un atteggiamento Paretiano. Il mondo non è schematizzabile con dei teoremi come lo sono le sue rappresentazioni utili e strumentali.

È un po’ lo stesso meccanismo delle previsioni di Malthus… No, scusate tranquilli, non parliamo di Malthus, qui.

Allora, per evitare di parlare della trappola malthusiana, eccovi la famosa, almeno tra i fisici, battuta sulle “mucche sferiche”. La conoscete? Magari conoscete la versione delle “galline sferiche” che viene usata nella serie Big Bang Theory? No?

Qui non ve la ripeto! Eh, no! Mica faccio il comico!

Ma posso riassumervi l’idea in due parole, perché ci dice una cosa vera e sacrosanta, che è sempre importante tenere in considerazione: quando vuoi risolvere un problema reale usando la sola astrazione teorica rimarrai invariabilmente e profondamente deluso.

E, un po’ come fa Odifreddi, si useranno dei ragionamenti fuori dal loro contesto di applicabilità per meri fini argomentativi, per cercare di dimostrare matematicamente ciò che non può essere dimostrato.

E in questo Sen è campione di matematica, ma anche di etica e di visione trasversale ed è per questo che trovo che sia una personalità da tenere sempre ben presente, quando si ragiona di democrazia, di economia, di diritti e di coscienza pulita.

Una delle sue opere più semplici e immediatamente utili, che è proprio quella che mi ha avvicinato a lui nel corso delle mie ricerche sugli universali culturali è “La democrazia degli altri”, raccolta di un saggio dal titolo “Le radici globali della Democrazia” e del testo di un suo discorso del 1999 intitolato “La democrazia come valore universale”.

Per inciso, ho parlato più in generale del concetto di Universale Culturale nel mio video “Il relativismo e gli universali culturali”, che spero frutterà molti futuri contenuti.

In questo contesto ci dobbiamo porre l’interrogativo se nella categoria degli universali culturali, possa trovare posto anche la democrazia, in quanto aspirazione dei popoli a vivere in libertà e giustizia.

Il punto di vista da cui parte Sen è antitetico a quello di Odifreddi: se nel libro del matematico italiano ci si concentra esclusivamente e in modo alquanto pedissequo sulle liturgie e sui meccanismi della rappresentanza, Sen si concentra su ciò che rende una democrazia contemporanea una vera democrazia e non una democratura: non le elezioni e gli apparati ma il libero dibattito, la libertà di ognuno di esprimere la propria opinione senza temere per la sua vita, per la liberta, per il suo buon nome e per la sua capacità di guadagnarsi da vivere.

Ogni democrazia è incompiuta non perché sia impossibile disegnare un collegio elettorale senza piombare inevitabilmente nella dittatura, come sostiene Odifreddi, ma perché la libertà di dibattito è limitata sotto molti aspetti e sta a noi proteggerla e promuoverla.

Sen sottolinea più volte come l’idea dei cosiddetti “valori asiatici”, contrapposti a quelli dell’occidente democratico, sia sostanzialmente propagata tramite la propaganda dei regimi autoritari di quell’area, con la connivenza del movimento “antioccidentale” che alligna in occidente e soprattutto in Europa.

Ciò che è evidente e come ci mostra Sen, l’affermazione dell’aspirazione democratica non è né nuova né antica, né esclusiva dell’occidente né sconosciuta in asia, ma è un’aspirazione fondamentale dell’uomo.

L’idea democratica nella sua accezione più ampia non è esclusivamente un prodotto dell’occidente perché in altri e molto distanti ambiti culturali, diversi da quello nato dall’illuminismo e della rivoluzione francese, si sono mostrati inclini a ricercare equilibri istituzionali e culturali che garantissero libertà e diritti. In questo mi verrebbe da citare il filosofo ghanese Kwasi Wiredu, di cui ho parlato nel già citato video sugli universali culturali. Sia in Sen, sia in Wiredu c’è una forte esigenza di rivendicare alle culture a cui appartengono, indiana ed africana, bisogni e anche eredità culturali che hanno preconizzato e anticipato le visioni e i bisogni che le democrazie liberali europee hanno fatto divenire effettivamente forme di convivenza e di governo.

La democrazia come dicevo non è affatto antica, nel senso che dalla sua nascita ha subito grandi battute di arresto e schiaffi portentosi, visto che fino a poco tempo fa, in Italia, in Germania e in altri paesi dell’attuale “mondo occidentale” fiorivano regimi ed ideologie per i quali “democratico” era un termine deteriore. Pareto era in certo modo un araldo di questo atteggiamento. Siamo figli del fascismo e, di conseguenza, del nazismo, il più grande male che il mondo abbia visto.

Gli eredi più o meno inconsapevoli di quelle ideologie raffazzonate e mostruose, come il prof. Odifreddi e gli antioccidentali par suoi, con il loro strisciante gusto per regimi totalitari e tutta la marea montante di movimenti di stampo suprematista, neo fascista e neo nazista, si abbeverano proprio a quell’idea: la democrazia non è un valore, tantomeno un valore universale.

Su questo presupposto ideologico abbiamo un succosissimo documento. La voce “Fascismo” dell’enciclopedia Italiana Treccani, firmata da Mussolini, insieme a Gentile che ci dice, cito:

“E perciò il fascismo è contro la democrazia che ragguaglia il popolo al maggior numero abbassandolo al livello dei più; ma è la forma più schietta di democrazia se il popolo è concepito, come dev’essere, qualitativamente e non quantitativamente, come l’idea più potente perché più morale, più coerente, più vera, che nel popolo si attua quale coscienza e volontà di pochi, anzi di Uno, e quale ideale tende ad attuarsi nella coscienza e volontà di tutti. Di tutti coloro che dalla natura e dalla storia, etnicamente, traggono ragione di formare una nazione, avviati sopra la stessa linea di sviluppo e formazione spirituale, come una coscienza e una volontà sola. Non razza, né regione geograficamente individuata, ma schiatta storicamente perpetuantesi, moltitudine unificata da un’idea, che è volontà di esistenza e di potenza: coscienza di sé, personalità.”

Ecco, Gentile sicuramente ha faticato a mettere un po’ di coerenza in questo mucchio di frasi roboanti. Il fascismo è contro la democrazia ma è alta forma di democrazia. In questo stesso testo si dà anche vita a una fortunata accezione del termine “totalitario”: “il fascismo è totalitario, e lo Stato fascista, sintesi e unità di ogni valore, interpreta, sviluppa e potenzia tutta la vita del popolo. Né individui fuori dello Stato, né gruppi.”

Bene, mi pare chiaro. So che Odifreddi negherebbe la sua vicinanza a queste idee, ma è lì che ci porta il suo ragionare, è evidente.

È interessante come gli antidemocratici antioccidentali di stampo non fascistoide non si rendano conto che il loro scatenarsi in modo viscerale contro le istituzioni che proteggono il loro diritto di dire ciò che vogliono, sia un modo perfetto per dare sempre più influenza alle forze che li metterebbero immediatamente a tacere, appena salite al potere. L’avanzata delle forze fascistoidi che oggi sta investendo le nostre vite, con l’insaziabile bisogno di illiberalità e regime che gli viene dietro, non li spaventa e questo la dice lunga sulla loro scarsa lungimiranza.

Dopo questa rapida escursione nel pensiero di alcuni intellettuali di rilievo, le cui opere dovrebbero essere tenute sempre presenti, torniamo al libro di Odifreddi, dunque.

Ho trovato in “La democrazia non esiste” un’assoluta mancanza di equilibrio e di prospettiva comparativa, unitamente a uno stile saccente e pessimistico degno di una prosa adolescenziale.

I vari capitoli “monografici” sono in realtà un collage di affermazioni che saltano senza ordine e senza condurre a niente altro che non sia la tesi del titolo del libro, con un procedere confuso, dove il ‘700, l’antica Grecia e la contemporaneità si intrecciano e si confondono in un susseguirsi di affermazioni scollegate e randomiche.

Il problema vero, però, è la strana e probabilmente volontaria incomprensione (o mistificazione) di quali siano le fondamenta dello stato democratico oggi, al di là delle sue liturgie elettorali e rappresentative.

Come ho detto prima ho gran simpatia umana per Odifreddi, pur con tutte le riserve possibili sulla sua rilevanza come matematico e sulla sua lucidità come divulgatore, ma questa simpatia non mi può impedire di evidenziare  ciò che mi ha immediatamente infastidito, di questo libro: “Critica matematica della ragione politica”.

Oltre ad essere davvero vanesio, come sottotitolo, è una affermazione del tutto priva di fondamento, perché la matematica nel libro è praticamente assente, tranne dove si parla di ciò che vi ho già raccontato, dei teoremi di Arrow e di Sen.

Vorrei credere e spero che una simile ed evidente millanteria sia il parto di qualche zelante editor della casa editrice Rizzoli. Sarebbe il classico contributo di certi fraticelli minori, di quelli che si annidano nelle cellette oscure delle grandi cattedrali dell’editoria italiana. (Non parliamo poi della foto di controcopertina. Ma dai!)

Anche se così fosse, comunque, il sottotitolo è passato e il nostro professore, fa uso, più o meno per scelta, più o meno consapevolmente, di uno dei più basilari trucchi di manipolazione dell’opinione pubblica: il ricorso a un preteso e infondato principio di autorità.

Tra l’altro con la solita traslazione da un campo del sapere a un altro, come se essere un matematico, più o meno di fama, più o meno titolato, potesse fornire per sé autorità su qualcosa come l’analisi politica.

Sembra che non guasti mai ribadire, anche se ciò dovrebbe appartenere oggi al campo delle banali ovvietà, che, nel sapere contemporaneo, scientifico e non, essere un matematico, non dà “autorità” nemmeno nel campo della matematica, tantomeno quindi in campi che niente o pochissimo hanno a che fare con la branca in cui uno si è preso dei titoli accademici.

Il motivo è che l’autorità (non l’autorevolezza) personale è un mito vuoto, risalente a tempi meno illuminati in cui i parrucconi consideravano come un valido argomentare il semplice citare gente morta da secoli e i loro libri.

Oggi, chi segue un’autorità di qualsiasi genere in modo cieco, altro non è che uno sciocco che sta dietro a un presuntuoso e non un membro sano e produttivo della specie.

Ciò che conta nel pensiero, nella scienza e in tutto quanto, non è chi sei o quello che hai fatto o conseguito, ma ciò che sostieni e come lo supporti, tramite ragionamenti, prove e dati: le mere opinioni di uno valgono quelle di chiunque altro. Non c’è cattedra o nobel che tenga.

Prima di tutto perché uno dei fondamenti del vivere democratico è che ognuno possa esprimere liberamente le proprie opinioni, senza temere rappresaglie, siano esse di stampo poliziesco, attuate tramite aggressione fisico-verbali da parte di neo moralisti e pacifinti o di accento accademico.

Attenzione però. Quello che sto dicendo e che sottoscrivo, non significa certo che tutte le opinioni si equivalgano: ovviamente chi dedica la vita a una disciplina è assolutamente più autorevole del primo scappato di casa con un braccio di plastica. Ricordiamoci autorevolezza non è autorità.

Comunque vada, le affermazioni di chiunque devono reggere al vaglio di una critica razionale e basata sulla logica e sui dati empirici, nell’ambito più squisitamente tecnico e scientifico. E significa anche che, quando le materie travalicano i loro stessi confini, come inevitabilmente accade ad ogni scienza e a ogni tecnologia nel nostro tempo, impattando su altri e più vasti aspetti della conoscenza e della vita umana, devono saper reggere anche a un dibattito dialetticamente basato su argomentazioni filosofiche, etiche e politiche.

Anche se si tratta di microbiologia o di fisica nucleare.

Tutto questo vuol dire semplicemente che una teoria, o anche un’opinione, può essere condivisibile o meno, supportabile o meno a prescindere da chi la esprime, solo in base alla logica e ai fatti che la supportano e la avvallano.

E l’opinione più degna di fiducia è sempre quella corroborata da qualche decina o meglio ancora da centinaia di articoli scientifici in revisione paritaria, se applicabili.

Detto ciò, ho incidentalmente argomentato la mia titolarità ad esprimere tutte le opinioni precedenti, basata su quello che ho letto nel libro di Odifreddi, per quanto antica sia la mia formazione matematica universitaria e che alla fine mi sia fatto curricularmente semplice filosofo.

Non voglio sconsigliare di leggere il libro di Odifreddi, perché ogni voce porta il suo contributo, per quanto possa considerare pernicioso il suo atteggiamento e il suo punto di vista. Ho qui portato un ragionamento che riconosco alquanto contorto, trascinandovi in un mio pensare in tempo reale, nutrito da questi libri e dall’influenza di questi e altri autori.

Voglio quindi chiudere questo lungo e confondente video tornando però al senso del lavoro di Sen in generale. Trovo il suo atteggiamento fecondo e pieno di spunti potenti per riprendere il controllo di ciò che ci sta accadendo, come società democratica.

La democrazia è l’unico habitat dove la personalità umana può svilupparsi davvero e dove è possibile il vero progresso, perché è la libertà di esprimersi, di pensare e di collaborare, di imprendere, di lavorare per sé e per il propri figli, che porta le persone a impegnarsi e ad ideare, a innovare e a raggiungere risultati davvero innovativi.

La libertà e la democrazia, oltre a essere un ambiente sicuro dove ci si può dedicare in libertà alle proprie aspirazione, è anche dissonanza e costante contrasto e il caos temperato dalla dialettica, è l’unica condizione per la mutazione e la nascita del nuovo.

Quindi soffermarsi ghignando a mostrare la democrazia ignuda di questi tempi, similmente a quel che accadeva ai tempi di Pareto, per quanto quella democrazia fosse molto diversa da quella contemporanea, riducendo il vivere democratico all’atto elettorale e all’impalcatura istituzionale non solo è riduttivo ma non tiene in considerazione ciò che davvero rende potente e superiore il sistema democratico ad ogni altro: il suo essere un metodo ma anche un sostrato dove le idee individuali vanno a costituirsi in un insieme organico che qualcuno chiama progresso, ma che dovremmo invece chiamare lotta per migliorare la condizione umana.

Un saluto…

E invece no, voglio premiare chi è arrivato fin qui con un piccolo uovo pasquale. Eccovi il dott. Hofstadter e le galline sferiche!

(Il brano dove leonard racconta la battuta delle galline sferiche)

Fonti:

Lascia una risposta

it_ITItalian